Toto’ che visse due volte

Totò che visse due volte è una delle opere più note della collaudata coppia cinematografica Ciprì/Maresco che decidono ancora una volta di eleggere Palermo a set di un’umanità blasfema e selvaggia, dimentica ormai di ogni barlume di civiltà.

Il cinema grottescamente impegnato di questi due registi c’immerge in una pellicola divisa in tre episodi, numerati e senza titoli, dove vengono dipanate storie disperate di uomini preda d’irrefrenabili istinti sessuali e di una violenta dissacrazione del sentimento religioso. Assistiamo così alla storia di Paletta, represso dalla madre e vero scemo del villaggio, che alla fine fallirà nel suo tentativo di congiungersi ad una prostituta; alla veglia funebre dell’attempato omosessuale Pitrinu, alla quale sono presenti il suo compagno di vita e il rancoroso fratello chiamato Fefè, contrario alle scelte sessuali del defunto, che alla fine deruba quest’ultimo di un anello prezioso con cui procurarsi quel mangiare che da solo non riesce a procacciarsi; nel terzo episodio, infine, vengono ripercorse in maniera fortemente dissacratoria le ultime gesta del Messia sulla terra, ma in chiave decisamente profana. Un angelo infatti appare tra quest’umanità degradata comunicando solo tramite canzoni napoletane. Viene poi derubato e violentato da un branco di uomini obesi, mentre il messia dal lui cantato, di nome Totò, va in giro accompagnato da un nano deforme, di nome Giuda. Dall’ultima cena, nella quale apostoli volgari si danno ad ogni sorta di gozzoviglia, Totò viene poi portato via per essere sciolto nell’acido dal boss locale, mentre su un grottesco Golgota vengono crocifissi Paletta, Fefè e un handicappato che figurava tra i violentatori dell’angelo e di una statua lignea della Madonna.

Inutile dire che il film, al momento dell’uscita, suscitò un violento dibattito sulla sua censura, benché alla fine fosse distribuito in poche sale e con un mediocre successo di pubblico. Colpisce come anche il mondo sia divenuto un riflesso della ferinità degli uomini, e lo spettatore ritrova ancora una volta una Palermo diroccata e abbandonata da ogni forma di civiltà, come già era accaduto nell’opera precedente dei due registi, intitolata Lo zio di Brooklyn.

Condividi: