Lo zio di Brooklyn

Opera prima della coppia di registi Ciprì e Maresco del 1995, Lo zio di Brooklyn è un surreale e inquietante susseguirsi di scene che sono al limite del paradossale.

Ambientata in una Palermo grottesca, popolata da abitanti che girano in mutande e cani randagi che costringono a restare chiusi nella loro dimora il tragicomico complesso dei protagonisti. Stiamo parlando di quattro fratelli, di cognome Gemelli, che vengono segregati da una coppia di nani mafiosi, presi nell’organizzazione di un attentato al fratello del boss locale. I nani costringono i fratelli ad ospitare in casa un anonimo e impressionante personaggio, “lo zio d’America”, che ritroviamo poi nel titolo del film. Senza mai proferire parola per tutta la durata dell’opera, questo zio all’improvviso scompare e spingerà i suoi ospiti alla ricerca, che infine approderà in una sorta di landa paradisiaca ove vivono molti dei personaggi che lo spettatore incontra nel corso di una trama volutamente disarticolata. Accanto al plot principale, infatti, sussistono una serie di avventure secondarie che contribuiscono a creare il quadro di degradazione e disordine generale, come ad esempio la triste sorte di un cantante fallito che vuole ottenere il suo riscatto nel panorama musicale palermitano, o la storia di un uomo che cerca assolutamente una compagnia femminile, nel contesto di un film nel quale, tra l’altro, sono assenti attrici ed i ruoli da donna vengono ricoperti dagli attori maschili.

Se prendiamo in considerazione il fatto che il personaggio che al titolo da il proprio nome resta quasi nell’anonimato, senza rivelarci altro di lui, e il fatto che prende la parola per presentarsi solo al termine della pellicola, per venire poi interrotto in modo assurdo, rivela il messaggio che sta dietro a questo quadro di degenerazione umana: un insieme di sorti fallite o costrette entro i binari dell’assurdità, dove nessuno riesce a costruirsi un’identità per vedersi scadere ad un livello quasi ferino. E l’ambiente contribuisce molto a propagare questo senso di nichilismo: una città fantasma, dove la civiltà è stata da tempo dimenticata e si aggirano cani randagi in numero esorbitante.

Ed è Palermo la città scelta dai registi come set. Lo splendido capoluogo di regione siciliano, ricco di storia, cultura e grande attrattiva turistica assume i panni di polis diroccata e apocalittica.

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